Differenza e comunicazione: il tutorial coi disegnini

(Comprendere l'altro è un procedimento complesso. In questo articolo mi riferirò alle teorie di Milton Bennett e al suo modello di sviluppo della sensibilità interculturale. Consiglio comunque a chi si scopra interessato alle suddette teorie di procedere ad approfondirle personalmente. Verranno adoperate parole potenzialmente pericolose, come "diversità", "differenza", "altro": tuttavia, il lettore attento e coscienzioso saprà riconoscere l'intento di colei che scrive.)

«Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri.»
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere.

Io considero la letteratura il tentativo di uscire da sé. Non per perdersi, né per disorientarsi, bensì per cercare nell'altrove una traccia. Capire ciò che non si è, non per identificarsi in qualcosa d'altro, ma per il gusto di concedersi una pausa dall'io. Dimenticare il centro gravitazionale dell'universo e guardare al suo insieme, alla sua perfezione composita. «Una società nuova c'è già.»*

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Ogni atto di comunicazione, così come ogni viaggio, ha dei presupposti precisi: il primo di questi è l'origine, il punto di partenza, ossia noi stessi. È opportuno rimarcare fin da subito questo aspetto per sedare ogni eventuale timore. Quando comunichiamo con il diverso, noi non abbiamo l'obiettivo di nasconderci in lui; il fine di una comunicazione efficace risiede nell'arricchirsi reciprocamente.
Assodata dunque come condizione essenziale la conoscenza di se stessi e della propria cultura, si può procedere all'incontro con l'esterno. 

Esistono sei momenti, sei tappe progressive che uniscono le due fasi illustrate nell'Immagine 1. Questi momenti costituiscono un unicum, un'evoluzione graduale che procede dalla massima chiusura in se stessi alla massima apertura (nel senso che verrà specificato in seguito). Questi momenti sono: Negazione, Difesa, Minimizzazione, Accettazione, Adattamento, e Integrazione.

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Guardiamo più da vicino ciascuna di queste categorie.

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Il massimo grado di chiusura all'altro è rappresentato dalla Negazione: io persona mi crogiolo nel luogo confortevole che conosco da sempre, o che reputo di conoscere, e ogni stimolo esterno è per me fonte di preoccupazione e sconcerto. Mi rifiuto di avvicinarmi a ciò che non mi definisce, in quanto ritengo non abbia nulla da offrirmi. Quando tuttavia lo scontro avviene - spesso per circostanze esterne, e non per una precisa volontà - è allora che interviene il meccanismo della Difesa, ossia quel modo di etichettare e descrivere ciò che non si conosce ostinandosi a ignorarlo, e applicando categorie e giudizi derivati da stereotipi e pregiudizi. Così facendo, si stabiliscono delle gerarchie tra le culture, e si è portati a credere che il proprio stile di vita sia superiore (o inferiore) qualitativamente rispetto a un altro.
Talvolta siamo portati a credere che la Minimizzazione della diversità significhi accettazione della stessa, e apertura al dialogo. In realtà, questo atteggiamento appiattisce e vanifica ogni tentativo di comunicazione, dunque anch'esso è ricondubile alla fase etnocentrica. La retorica del "Siamo tutti uguali" svilisce ciò che vi è di prezioso nella varietà culturale, ma è necessario sottolineare questo: liberarsi dal pregiudizio di una supposta uguaglianza universale non significa negare la necessità di un eguale trattamento; sostenere il principio della diversità culturale non significa tollerare alcuna disparità di diritti all'interno della società.

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Con il quarto atteggiamento, si esce dal circuito autoreferenziale. L'Accettazione è il momento in cui l'uomo si sposta dal centro del proprio universo; egli vede e prende atto del fatto che la sua presenza si accompagna a quella di molti altri, e che il suo modo di leggere il mondo non è l'unico possibile. La curiosità, e quindi lo studio della differente cultura segnano il momento dell'Adattamento. A questo punto, l'individuo possiede più chiavi di lettura, e solo attraverso questo bagaglio acquisito può puntare all'Integrazione, la meta conclusiva. L'integrazione non va confusa con la multiculturalità: quest'ultima consiste nell'accostare dei soggetti tra loro diversi, senza mai farli davvero incontrare. L'integrazione invece è una compenetrazione reciproca di stimoli e temi, un passaggio attraverso le culture, che porta alla nascita non di un ibrido, ma di un individuo rafforzato, nella conoscenza di sé e di quello che fino a prima era un estraneo. L'arricchimento nasce dalla somma di esperienze che si accumulano nel tempo, ed è l'esatto contrario della perdita dell'identità, come pure molti vorrebbero far credere.

È emerso finora un elemento fondamentale: la conoscenza. La comprensione dell'altro e la convivenza tra gruppi diversi sono possibili solo attraverso un'analisi dell'alterità libera da stereotipi e giudizi in merito. Premesso che è pressocché impossibile pretendere di conoscere alla perfezione tutti i mondi estranei al proprio, accorre in aiuto a tal proposito un fattore fin qui sottaciuto a tutta la descrizione. Il motore di questa catena, lo spirito che potrebbe guidare gli abitanti della comunicazione, è l'empatia, ossia la capacità di avvicinarci all'altro, vederlo nelle sue manifestazioni espressive, cogliere la sua sofferenza e i suoi umori. Non essere ciechi di fronte al prossimo, alle sue necessità di individuo, e riconoscere in lui pari dignità. Che non significa leggere noi stessi negli altri, catturare nei loro occhi i nostri bisogni, ma sforzarsi di capire l'unicità e la necessità nella differenza. 

Educati all'empatia, favorita la conoscenza tra universi lontani e vicini, solo a quel punto si potrà delineare un dialogo onesto e fruttuoso tra individui.

*Citazione di Oreste Pivetta.

Serena D'Angelo
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